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CENERENTOLA OGGI...

È risaputo come, nell’opera Cenerentola, il compositore Gioacchino Rossini e il librettista Jacopo
Ferretti abbiano sottratto dal racconto ogni componente magica e fiabesca: forse la dimensione
del meraviglioso non incontrava i gusti del pubblico romano dell’epoca, o forse il
musicista pesarese non la sentiva, in quel momento, congeniale alla sua ispirazione. Di fatto,
nel libretto del Ferretti non appare il fondamentale personaggio della fata, né l’incantesimo
che permette a Cenerentola di presentarsi al ballo magnificamente vestita. E soprattutto non
si fa nemmeno menzione della promessa che costringe la fanciulla a fuggire, allo scoccare della
mezzanotte, dalle braccia del principe perdendo la fatale scarpetta. In Rossini, la scarpetta
viene sostituita da uno smaniglio, un braccialetto che Cenerentola, forse non senza malizia,
affida al principe affinché la possa più facilmente ritrovare.
Ciò che più colpisce in Cenerentola è la cura di Rossini, inusitata per un’opera buffa, nel tratteggiare
il carattere della protagonista. Fin dalle prime battute dell’opera, Cenerentola mostra
il suo distacco e la sua ‘alterità’ nei confronti dei personaggi che la circondano. Dalla malinconica
canzone iniziale Una volta c’era un re, alla scena e rondò finali Nacqui all’affanno, al
pianto, è evidente l’intenzione di dipingere una figura pateticamente sospesa fra sogno e realtà.
Quasi un’eroina da opera seria, forse più vicina ai languori di Elena, la protagonista della
Donna del lago, che non alle funamboliche esplosioni di vitalità di un’Isabella dell’Italiana in
Algeri.
Depurata della componente magico fiabesca, la vicenda mi ha ricordato certa commedia leggera
americana, in particolare alcuni film di Frank Capra, più che le commedie in costume.
Per superare quel carattere di musealità, a volte prodotto dalla sedimentazione della tradizione
del teatro d’opera, ho pensato di trasporre la vicenda in un tempo a noi più vicino. Mi
piaceva l’idea di raccontare una storia ‘morale’, in un mondo cinico e a-morale come la contemporaneità,
con quel lieto fine così irreale, ma anche così consolatorio per i fruitori della
storia stessa, al pari dei lieto fine di tanti film di Capra… In fondo qualche volta la realtà supera
la fantasia. Rappresentare Cenerentola è anche raccontare una vicenda di riscatto sociale
per la protagonista e morale per i deuteragonisti. L’elemento favolistico cacciato dalla porta
rientra dalla finestra nell’impossibilità di poter anche solo immaginare oggigiorno un personaggio
come Cenerentola.
Così come l’elemento magico, depurato nel libretto, si rimaterializza attraverso la magia del
teatro e una messa in scena che vuole essere dinamica e quasi illusionistica, attraverso un unico
elemento che si trasforma e di volta in volta acquista sempre una nuova identità.

Stefano Monti