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Butterfly è un’attesa, un’attesa lunga, solitaria, malinconica. E la malinconia si traduce in acqua, in pioggia, in lacrime, in fiumi, in temporali. L’acqua è un elemento che domina tutto il secondo atto, come in un acquario dove Butterfly rimane incastrata tra le pareti trasparenti di una vita non vissuta.
Questa ragazzina rimane prigioniera di un mondo più grande di lei, di disegni che nulla hanno a che fare con la sua speranza di un futuro da fiaba. La realtà è altra cosa, ma lei non si arrende. La sua incrollabile speranza fa degli stati d’animo di Butterfly i veri protagonisti dell’opera. Siamo alla ricerca del sottile filo rosso che segue il destino di Butterfly dalle prime note dell’ouverture fino alla morte, atto estremo ma consapevole. L’opera inizia con una fortissima presenza dell’Occidente, ma termina con un rituale tutto giapponese, l’hara-kiri o seppuku (che per le donne prevedeva il taglio della gola e non del ventre). Butterfly nel primo atto si dona all’americano, la sua profonda delicatezza non viene colta da chi ha drammaturgicamente il compito di rappresentare un Occidente storicamente invasivo e poco attento e del resto lei è così piccola che non può capire a cosa va incontro. Il tempo logorante dell’attesa fa di lei una donna.
Il primo atto avrà colori vivi e solari, perché anche se lo spettatore già conosce o intuisce il destino tragico di Butterfly, lei no, lei è fiduciosa. È un fiore in primavera e i personaggi che popolano questo atto sono pervasi dalla sua luce. La musica ci preannuncia la tragedia, ma Butterfly non la sente, o non la ascolta. Nel secondo atto di questo fiore rimangono solo dei petali stancamente adagiati, appesantiti da gocce di pioggia e lacrime. È il suo costume che diventa casa e prigione, dove lei accetta di rimanere e aspettare.
La scenografia è essenziale. Video proiezioni creano il contatto tra Butterfly e lo spettatore e ai costumi viene affidato il compito di portarci, con la discrezionalità dell’immaginazione, in Giappone.

Federica Santambrogio