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Note di regia 

Immagino il nostro Don Giovanni come una fosca fiaba notturna.
Con la paurosa leggerezza di una storia di ammazzamenti e fantasmi, raccontata in una cupa notte di luna. Fiaba ambientata in un fragile teatrino. Ma non completo, piuttosto ciò che ne resta, le rovine di un teatrino settecento o forse barocco. Lo scheletro di un boccascena, con ancora attaccati i lembi di un sipario stracciato e svolazzante. Come grandi tende di una finestra spalancata di colpo dal vento, perché inizia un temporale estivo.
Ecco, immagino un Don Giovanni proprio come un temporale estivo. Improvviso, inatteso, eccessivo. Che arriva rapido, sconvolge e scompare in fretta, lasciando addosso un brivido. Come una passione, un innamoramento che sconvolge e lascia poi svuotati.
E immagino un mare, la presenza del mare, in qualche modo.
Forse un fondale che ondeggia dietro al teatrino e che vive di una sua cupa, profonda luminosità bluastra. Un mare sipario e un sudario, testimone della eterna vicenda tra il cielo e la terra.
Immagino ombre, che si inseguono, si ingrandiscono e si deformano sul sipario, al lume di candelabri tenuti da servitori smarriti. Un carosello di ombre di corpi, uomini e donne, che si abbracciano in amplessi o si contorcono come fossero divorati dalle fiamme.
E così immagino il nostro Don Giovanni come il protagonista di un gioco spiccatamente, dichiaratamente, ostentatamente teatrale. Giovane affascinante antieroe, tutto preso da questo gioco scenico fatto di nulla, in cui il travestimento, la rappresentazione di se stessi come vittime o come persecutori, come seduttori o sedotti, sia impudicamente ostentata. Persino infantile, a volte, nella sua semplicità. E in cui la relazione con il compagno di giochi Leporello riprenda ritmi, dinamiche e schemi corporei che affondano le loro radici nella vivace tradizione dei comici dell’Arte.

Stefano de Luca