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Note di regia

Gli uomini hanno bisogno di mostri per diventare umani
J. Gil


In Rigoletto sono possibili diversi livelli di lettura e interpretazione, paragonabili a tante sfere concentriche. Fondamentale seguire l'indicazione che Verdi dette a Piave per concepire il libretto, «stare attaccati al francese per non sbagliare» e analizzare il dramma di Hugo, Le Roi s'amuse.
L'uomo moderno per Hugo, dal cristianesimo in poi, è scisso in due esseri: perituro l'uno e immortale l'altro. Il carnale, incatenato alle passioni e agli appetiti, e l'etereo, teso senza tregua verso il sogno e il cielo. Il dramma nasce dalla lotta quotidiana di questi opposti che si contendono l'uomo dalla culla alla tomba. Il teatro diventa uno specchio della vita con le sue zone di ombra e luce, uno specchio che riflette, trasformando in arte, la realtà. La realtà scaturisce dalla combinazione assolutamente naturale del sublime e del grottesco. Ambiti che, secondo Hugo, dovrebbero incrociarsi in un gioco chiaroscurale come s'incrociano nella vita.
Shakespeare è il modello imprescindibile di questa concezione, perché «è il dramma» capace di fondere grottesco e sublime, terribile e buffonesco, tragedia e commedia. Questo dualismo è ben rappresentato dal personaggio di Triboulet che diventerà poi Rigoletto. Verdi trovò «bellissima» la dicotomia nel personaggio del buffone «esternamente difforme e ridicolo e internamente appassionato e pieno d'amore». Uno spiraglio di luce sublime avvolto da una scorza d'ombra. È dall'idea di conciliare questi due aspetti in un personaggio, dal loro entrare in conflitto che nasce il dramma. «La paternità che santifica la mostruosità» per dirla con le parole di Hugo. «Alla cosa più orrenda mescolate un'idea religiosa e diventerà santa. Appendete Dio alla forca: ecco la croce».
Nel dramma del buffone, Triboulet o Rigoletto che sia, risuoni un monito, un avvertimento dei rischi che comporta una vita scissa tra ciò che si fa (la vita pubblica - il grottesco) e i propri ideali (la vita privata - il sublime). La volontà di tenere questi due ambiti ostinatamente divisi, il loro entrare in conflitto, porterà ineluttabilmente alla tragedia: il buffone, la maschera sociale, ucciderà il padre, la speranza di una vita migliore, di un riscatto sociale.
Rigoletto ci restituisce un'immagine infranta dell'esistenza borghese, scissa fra cinismo e utopia positiva. Il teatro diventa la lente d'ingrandimento di un fatto sociale, oltre alla virtù vi s'impara la rivolta e la sete di libertà. Di fronte ad una società dove regnano il male e la corruzione, i valori da esaltare diventano la nobiltà d'animo e la potenza spirituale dell'amore. Una contrapposizione che Verdi restituisce intrecciando le atmosfere da incubo ai tratti sfumati del sogno. Per questo Gilda è l'eroina romantica per eccellenza. Nonostante la tradizione ne abbia fatto un personaggio petulante, essa è una grande donna, colpevole solo di amare. Sarà vittima non tanto dell'amore per il Duca, quanto dell'amore per l'immagine sognata del Duca.
Nel progetto di regia si è voluta evidenziare la continuità e la dialettica tra il sublime e il grottesco. L'intrecciarsi di questi due aspetti che portano due generi teatrali, il tragico e il comico, è alla base della nostra lettura di Rigoletto. Si è voluto trovare nello spazio un riflesso di queste continue trasformazioni, oscillazioni tra luce ombra, tra l'immagine nitida e quella offuscata, tra il bello classico e la deformazione grottesca. Il luogo teatrale più che un testimone passivo diventa elemento attivo e capace, attraverso la cinesi scenica e le ombre, di accogliere e potenziare la prospettiva drammatica di Rigoletto. Una pedana di legno rappresenti in astratto il mondo di Rigoletto, su cui si muovono, come tante istanze psichiche, i personaggi. Un palco modulare che richiami simbolicamente il cerchio maledetto e che garantisca la dinamica continua tra sopra e sotto, dentro e fuori; un luogo che si evolve durante la vicenda creando atmosfere diverse, alternando il sogno all'incubo, riflessi e frammenti dell'interiorità di Rigoletto.

Federico Grazzini